Gita in giornata da Roma: il borgo fantasma di Celleno e Ferento

Gita in giornata da Roma: il borgo fantasma di Celleno e Ferento

Una gita di una giornata da Roma in auto, tra il Borgo Fantasma della Tuscia e le rovine romane di Ferento

Ci sono luoghi che muoiono di colpo e luoghi che si spengono piano, come una lampadina che non si ha mai voglia di cambiare. In questa gita ho messo a confronto i due modi, e il confronto ha funzionato meglio di quanto mi aspettassi.

Ferento fu cancellata nel 1172 dai vicini viterbesi. Celleno fu svuotata con una lentezza burocratica: prima gli abitanti si trasferirono nel nuovo paese a valle, poi il Comune decretò il trasloco, poi arrivarono le demolizioni. Una è morta per violenza, l’altra per decisione amministrativa. Oggi entrambe si lasciano visitare in silenzio, e a me il silenzio piace parecchio.

Si parte da Roma

Si prende l’A1 e si esce ad Attigliano (o a Orte), poi si sale verso Celleno per circa 20 km. In alternativa c’è la Cassia fino a Viterbo e poi la Strada Teverina. In tutto circa un’ora e mezza di viaggio. Meglio partire presto: il tufo, con la luce bassa del mattino, prende colori che nessun filtro riesce a copiare.

Prima tappa: Celleno, il Borgo Fantasma

Celleno sorge su uno sperone di tufo a 341 metri, a 18 km da Viterbo, 10 da Bagnoregio e 35 da Orvieto. La parte più antica custodisce testimonianze di almeno 2500 anni di vita. Oggi è un museo diffuso a cielo aperto, e la visita è gratuita.

Prima di tutto, l’infopoint. L’Associazione Benvenuto Cellini ha il suo punto informativo proprio all’ingresso del borgo. Fermatevi lì, prendete la brochure con la mappa numerata e, se potete, fatevi raccontare qualcosa da chi ci lavora. Il borgo si capisce molto meglio con una guida.

Il percorso suggerito dall’associazione

Via del Ponte e Porta Vecchia. Era l’unico accesso al castrum, protetto da un sistema di ponti levatoi. Accanto alla porta svettava la torre medievale, demolita nel 1696 dopo il terremoto dell’anno prima.

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La Rocca Monaldeschi-Gatti. Il suo impianto è rettangolare, con fossato, ponte levatoio e una cortina muraria “a scarpa”. Colpisce il sistema difensivo: balestriere e arciere distribuite su tutta la facciata, alcune raggiungibili solo da gallerie a oltre 4 metri dal fondo del fossato. Il maestro Enrico Castellani la comprò dal Comune nel 1973, quando era ancora la sede municipale, e ne fece la sua bottega d’artista fino alla morte.

La Piazza Enrico Castellani, già Piazza del Comune, intitolata nel 2018 all’artista. Qui si affacciano gli edifici principali.

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La chiesa di San Carlo. Fondata nel 1615 grazie alle offerte dei cellenesi, nel 2004 era un rudere. Oggi ospita mostre e il plastico del paese ricostruito sul Catasto Gregoriano del 1816. Nei locali sotto la chiesa c’è l’antiquarium etrusco-romano, con 115 reperti della collezione Valentini.

Il piccolo museo delle ceramiche, in un palazzetto sulla piazza. Conserva 40 pezzi restaurati di maiolica arcaica, recuperati da un sequestro di scavi clandestini del 1975. Nello stesso palazzo, nel 2017, fu ritrovato un glirario: un contenitore in terracotta con ripiani concentrici per allevare i ghiri, che gli Etruschi e i Romani mangiavano volentieri. Io, lo confesso, preferisco i ciliegi.

Il campanile e le chiese di San Donato e San Michele Arcangelo. San Donato è documentata dal 1284 e fu chiusa al culto nel 1941, dopo il crollo dei tetti. Gli scavi del 2023-2024 hanno riportato alla luce la chiesa inferiore di San Michele e la parte interrata del campanile.

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Il Belvedere. Un percorso protetto da assi di legno e staccionate, oltre la Piazza Castellani, ripercorre l’antica viabilità del paese prima delle demolizioni. Nelle giornate limpide si vedono gli Appennini, il Monte Soratte e i Cimini.

Il museo della civiltà contadina, via del Forno. È il pezzo più suggestivo: cantine e cellai trasformati in spazi espositivi, dal “cantinone” con gli strumenti del vino alla bottega del ciabattino, la stanza degli avi e l’antico forno panicolo. Poi c’è il “leggendario Butto”, dove nel 1975 cinque tombaroli furono sorpresi a scavare un pozzo. Si narra che litigassero così forte per la spartizione del bottino che intervennero i carabinieri.

Il fossato, la Porta Nuova e la cinta muraria sul lato sud chiudono il giro.

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Mentre camminate, guardate le opere d’arte contemporanea nascoste tra i vicoli: sono frutto delle passate edizioni della biennale d’arte.

Vicino al borgo, da non perdere: l’ex convento di San Giovanni Battista con la mostra permanente delle Macchine Parlanti, la chiesa di San Rocco e il Giardino dei Ciliegi.

Una curiosità sul nome. L’ipotesi più suggestiva chiama in causa un’arpia, il mostro con corpo di donna-uccello che nel Medioevo simboleggiava la giustizia: ancora oggi ne campeggia una nello stemma di Celleno. L’ipotesi più fondata, però, è prosaica: “cella”, cioè cavità o terreni di un monastero.

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Pranzo a Celleno

Scendete nel paese nuovo. L’associazione consiglia:

San Rocco – Gusto nuovo Sapore Antico, ristorante bar, Piazza San Rocco 12-14, tel. 328 448 9106

Bar dello Sport, bar e pizzeria, Via Viterbo 12-14, tel. 0761 912082

Mediterranea, ristorante pizzeria, Strada Teverina km 15, tel. 0761 092223 / 324 6221557

Seconda tappa: Ferento, la città che Viterbo non perdonò

Nel pomeriggio si rientra verso Viterbo, per la Strada Teverina, e si risale per circa 9 chilometri sulla strada per Bagnoregio. Tra i campi spunta Ferento.

Se Celleno è un borgo in cui si cammina dentro le case, Ferento è un’antica città in cui si cammina dentro la storia. Fondata dagli Etruschi, divenne colonia e poi municipio romano, con uno sviluppo imponente in età augustea. Da qui veniva la famiglia di Otone, l’imperatore dei tre mesi più brevi della storia.

La scena è dominata dal teatro romano del I secolo d.C., con i gradoni semicircolari ben leggibili, l’arcata in laterizio parzialmente restaurata e il fronte scena ancora riconoscibile. D’estate qui si fa teatro vero, con il Ferento Teatro Festival.

Poco distante ci sono le terme del II secolo d.C. e un tratto del decumano massimo, dove si vedono ancora i solchi lasciati dalle ruote dei carri. È il dettaglio che mi ha commossa: duemila anni dopo, il segno del lavoro quotidiano è rimasto più nitido di molte lapidi.

Nel 1172 i viterbesi distrussero ciò che restava di Ferento con la scusa dell’eresia. Come spesso accade, la ragione ufficiale era religiosa e l’interesse era immobiliare.

Gran parte delle statue e dei reperti, comprese le Muse che ornavano il teatro, oggi si trova al Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz a Viterbo. Chi ha tempo può fare la tappa extra e ricomporre il puzzle.

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Il ritorno

Da Ferento si rientra a Roma passando per Viterbo, in circa un’ora e mezza.

Il bello di questa gita

Mettere insieme Celleno e Ferento significa visitare due modi di sparire: uno lento, per abbandono pianificato, e uno brusco, per violenza. Sono luoghi poco affollati, che richiedono pochissima organizzazione e restituiscono molto.

Informazioni pratiche

Distanze: circa 90 minuti da Roma a Celleno; da Celleno a Ferento circa 40 minuti (stime, variano col traffico)

Celleno, Borgo Fantasma: visita gratuita.

Parcheggio in Piazza del Mercato o vicino al cimitero; nei giorni di grande affluenza l’accesso in auto può essere limitato

Infopoint Borgo Fantasma: tel. 338 7197681; e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Per orari dei musei e delle visite guidate rivolgetevi a loro

Ferento: verificate accessibilità e orari prima di partire, soprattutto in estate, quando il sito ospita il festival

Cosa portare: scarpe comode (il tufo è scivoloso quando è bagnato), acqua, cappello d’estate

Link ufficiali

Associazione Benvenuto Cellini (con brochure scaricabile): www.associazioneabccelleno.it

Ferento Teatro Festival: www.teatroferento.it

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