Cantucci toscani: storia, tradizione e ricetta originale con le mandorle

Cantucci toscani: storia, tradizione e ricetta originale con le mandorle

Il biscotto che resiste a tutto — anche all'inzuppo

Eravamo a Lucca, nel pomeriggio del secondo giorno del nostro giro toscano. Avevo già camminato sulle mura, mi ero fermata più del previsto davanti a Ilaria del Carretto nella Cattedrale di San Martino, e stavo cercando una sosta dolce prima di rientrare a Monsummano Terme. La trovai in una piccola pasticceria nel centro storico: vetrina piena di cantucci, sacchettini di carta kraft, il profumo di mandorle tostate che usciva dalla porta aperta.

Ne presi un sacchetto. E poi un altro. E mentre guidavo verso Monsummano pensavo che avrei dovuto imparare a farli — quei biscotti duri, senza burro, con le mandorle intere che sporgono dalla pasta dorata. Quelli che si inzuppano nel vino santo e che sembrano fatti per durare per sempre, come certi ricordi di viaggio.

Questa è la ricetta che ho provato a casa, con qualche nota sulla storia di un biscotto che è molto più di un dolce da fine pasto.

Un po' di storia: da Prato a tutta la Toscana

I cantucci — o cantuccini, come vengono chiamati fuori dalla Toscana e nelle versioni più piccole — hanno una storia lunga e abbastanza documentata, cosa rara per un biscotto. Le prime testimonianze risalgono al XVI secolo, ma è nell'Ottocento che il pasticcere pratese Antonio Mattei codifica la ricetta che ancora oggi viene considerata di riferimento: doppia cottura, mandorle intere non tostate preliminarmente, nessun grasso aggiunto, pasta aromatizzata con scorza d'arancia e semi di anice.

Mattei aprì la sua bottega a Prato nel 1858 e vinse medaglie alle esposizioni universali. La sua pasticceria esiste ancora, in Via Ricasoli. I suoi cantucci vengono ancora avvolti nella carta oleata azzurra. È uno di quei posti che vale una deviazione.

Il nome viene dal latino cantus, angolo — e descrive il modo in cui il biscotto viene ricavato dal filone di pasta cotto: tagliato di sbieco, in diagonale, per ottenere quella forma a losanga con le due estremità più scure. La doppia cottura — prima il filone intero, poi i biscotti tagliati rimessi in forno — è quello che li rende così secchi e duri. Non è un difetto: è la caratteristica che permette loro di conservarsi a lungo e di reggere l'inzuppo nel vino santo senza disfarsi.

Oggi esistono mille varianti: con cioccolato, con pistacchi, con fichi secchi, con nocciole. Alcune pasticcerie li fanno morbidi, quasi friabili. Io resto della scuola tradizionalista: mandorle, scorza d'arancia, un'ombra d'anice. Duri. Da inzuppare.

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Cantucci e vin santo: un abbinamento che non si discute

In Toscana, il cantuccio non esiste senza il vin santo. Non è snobismo gastronomico, è semplicemente il modo in cui funzionano: il biscotto duro, quasi immangiabile da solo senza rischiare il dentista, si ammorbidisce nel vino dolce passito e ne assorbe i profumi di miele, frutta secca, mandorla. Il vin santo toscano — prodotto con uve trebbiano e malvasia messe ad appassire sui graticci, poi vinificate in piccole caratelle di legno — è dolce ma non stucchevole, con una acidità che pulisce e un finale lunghissimo.

Il rito è preciso: si prende il cantuccio, si immerge per qualche secondo, si mangia. Non si aspetta troppo o si perde la consistenza. Non si immerge fino in fondo o si bagna le dita. È una questione di equilibrio, come molte cose in Toscana.

Se non si trova il vin santo, un Passito di Pantelleria o un Moscato d'Asti dolce funzionano bene. Ma provate a procurarvi il vin santo: ne vale la pena.

La ricetta dei cantucci toscani

Questa è la ricetta che uso, adattata dalla versione classica pratese. Non è la più veloce, ma è quella che dà i risultati migliori: biscotti dorati, profumati, con le mandorle intere che resistono alla doppia cottura senza bruciarsi.

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Ingredienti (per circa 40 cantucci)

• 500 g di farina 00

• 300 g di zucchero semolato

• 3 uova intere + 1 tuorlo per spennellare

• 250 g di mandorle intere con la pelle

• 1 bustina di lievito per dolci (16 g)

• Scorza grattugiata di 1 arancia non trattata

• 1 cucchiaino di semi di anice (facoltativo, ma consigliato)

• 1 pizzico di sale

• 2 cucchiai di Vin Santo o Marsala secco (facoltativo)

Procedimento

  1. Tostate le mandorle in forno a 170°C per 8 minuti: devono profumare ma non scurirsi. Lasciatele raffreddare completamente.

  2. In una ciotola capiente mescolate la farina, lo zucchero, il lievito, il sale, la scorza d'arancia e l'anice. Aggiungete le uova intere e, se usate, il Vin Santo. Lavorate fino a ottenere un impasto compatto ma non appiccicoso. Se l'impasto è troppo duro aggiungete un cucchiaio di acqua; se troppo morbido un po' di farina.

  3. Unite le mandorle e incorporatele nell'impasto lavorando a mano: è l'operazione che richiede più forza, perché le mandorle tendono a non volersi distribuire uniformemente. Abbiate pazienza.

  4. Dividete l'impasto in 3-4 porzioni e formate dei filoni lunghi circa 25 cm e larghi 4-5 cm. Disponeteli su una teglia rivestita di carta forno, ben distanziati, e spennellateli con il tuorlo sbattuto con un cucchiaio di acqua.

  5. Prima cottura: forno statico a 175°C per 25-28 minuti, finché i filoni sono dorati e sodi al tatto. Lasciateli intiepidire per almeno 15 minuti prima di tagliarli — se si tagliano troppo caldi si sbriciolano.

  6. Tagliate i filoni in diagonale con un coltello seghettato, ottenendo biscotti spessi 1,5-2 cm. Non andate sotto 1,5 cm o si romperanno tutti.

  7. Seconda cottura: rimettete i cantucci tagliati sulla teglia, sdraiati su un lato, a 150°C per 10-12 minuti. Girateli sull'altro lato e proseguite per altri 8-10 minuti, finché sono asciutti e leggermente dorati sui lati di taglio.

  8. Lasciate raffreddare completamente su una gratella. Diventano più duri raffreddandosi: è normale.

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Conservazione e note

I cantucci si conservano in una scatola di latta o in un contenitore ermetico a temperatura ambiente per 3-4 settimane. Non andate in frigorifero: l'umidità li rovina. Se dopo qualche giorno vi sembrano troppo morbidi, rimetteli in forno a 150°C per 5 minuti.

La variante senza anice è più delicata e adatta anche ai bambini. Quella con l'aggiunta di un cucchiaino di estratto di vaniglia è meno tradizionale ma funziona bene. Se volete i cantucci al cioccolato, sostituite 50 g di farina con 50 g di cacao amaro e aggiungete gocce di cioccolato fondente al posto delle mandorle — oppure insieme a metà dose di mandorle.

Un ultimo consiglio: non abbiate fretta sulla seconda cottura. È quella che determina la consistenza finale. Cantucci troppo poco asciugati restano gommosi al centro. L'obiettivo è un biscotto che suoni quasi vuoto se lo battete delicatamente sul bordo del tavolo.

Dove comprare i cantucci in Toscana

Se siete in viaggio e preferite portarne a casa di già fatti — scelta comprensibile — ecco qualche riferimento affidabile.

A Prato, la pasticceria di riferimento è quella storica di Antonio Mattei, in Via Ricasoli 20: i cantucci nella carta azzurra sono quelli originali e vale assolutamente la deviazione se siete in zona. A Lucca si trovano ottimi cantucci nelle pasticcerie del centro storico — io ho comprato i miei in una piccola bottega vicino alle mura, senza insegna particular ma con una vetrina impossibile da ignorare. A Monsummano Terme e in tutta la provincia di Pistoia li trovate nei forni e nelle pasticcerie locali, spesso di ottima qualità e a prezzi molto più onesti rispetto alle zone più turistiche.

In generale, diffidate dei cantucci venduti nelle borse-souvenir plastificate nelle aree di servizio autostradali. Non è una questione di snobismo: è che i cantucci artigianali freschi non hanno paragone con quelli industriali, e la differenza si sente al primo morso.

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Il filo che collega il viaggio e la tavola

Ogni regione italiana ha il suo biscotto da viaggio — quel dolce che si compra all'ultimo momento, si porta a casa, e che per settimane è il modo più immediato per tornare da qualche parte con la memoria. In Sicilia sono le paste di mandorla. In Puglia i taralli dolci. In Toscana sono i cantucci.

Ogni volta che li faccio in casa — con le mandorle che profumano nel forno, l'arancia grattugiata, l'attesa della doppia cottura — torno a quel pomeriggio a Lucca, alla pasticceria, al sacchetto di carta kraft. È il motivo per cui vale la pena imparare a cucinare quello che si mangia in viaggio: non per replicare esattamente, ma per tenere aperto il collegamento.

La ricetta completa del viaggio in Toscana con base a Monsummano Terme — tre giorni, quattro città, un appartamento perfetto per sei persone — è nella rubrica Luoghi e Itinerari Italia.

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